Basta ascoltare il singolo “Blackout” di Anna Calvi, per rendersi conto che non servono raccomandazioni speciali per restare impressionati dalla sua presenza vocale e scenica. Brian Eno, il genio dell’elettronica produttore degli U2, l’ha descritta come la cosa migliore nel rock dopo Patti Smith. Nick Cave l’ha scelta come partner musicale nel tour europei della sua band, i Grinderman.


La conferma del talento di questa cantautrice inglese di padre italiano avverrà durante i suoi concerti: le tappe italiane del tour sono state sabato 9 aprile al Locomotiv di Bologna, il 10 al Bronson di Ravenna e l’11 al Circolo degli Artisti di Roma. Ad accompagnarla, un duo in assetto particolare: Mally Harpaz all’harmonium e alle percussioni, con Daniel Maiden-Wood alla batteria.
Anna, infatti, suona gran parte degli strumenti di una normale rock band, anche se il suono del suo disco d’esordio, intitolato con il suo solo nome e uscito a inizio 2011, è quanto di più lontano ci sia dal rock contemporaneo.
Il singolo che ha anticipato l’album, Jezebel, è stato scritto in origine da Wayne Shanklin e interpretato negli anni ’50 da Frankie Laine e successivamente da Edith Piaf. Il nuovo singolo, Blackout, è ancora più sorprendente e mescola influenze disparate come Polly Jean Harvey, David Lynch, il flamenco, Morricone, il blues acustico di Robert Johnson e quello cubista di Captain Beefheart, Jeff Buckley e il soul di Nina Simone.



Cresciuta ascoltando i Rolling Stones ma anche Maria Callas (difficile sfuggire all’opera, con un padre italiano…), ha studiato compositori classici come Messiaen, Ravel e Debussy, «attratta com’ero dall’elemento impressionista della loro musica».
Nel suo album l’estrema cura per i dettagli è frutto di tre anni di lavoro in studio per quello che lei stessa ha definito «un disco-mostro che mi ha portato via anni di vita». Sarà per questo che nella sua voce, capace di passare da un sussurro country a un gorgheggio da diva dell’opera, si riscontrano la drammaticità e la passionalità di un animo combattuto.
«Il mio disco parla delle forze che ognuno di noi sente dentro di sé», spiega la Calvi. «A volte sono fuori controllo e possono sopraffarci. Nelle mie canzoni parlo di come sopravvivere a queste forze. Esploro l’intimo dell’animo, la passione e la solitudine. Nel disco c’è una forte presenza oscura ma si può anche avvertire un senso di speranza».
L’oscurità è data dai temi – passione, morte, sacrificio, violenza – e l’anelito positivo è dato dalla voce, a tratti così debordante e potente da mettere soggezione, e non solo agli strumenti che l’affiancano.

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