Simpatico, intelligente, e con tanta voglia di fare. Pierpaolo Lisca, fresco della sua esperienza del reality di Italia Uno ” Mammoni- Chi vuole sposare mio figlio?” è stato uno dei mammoni più amati dal grande pubblico. Artista con la ” A” maiuscola, profondo conoscitore dalla danza e ballerino professionista, ha conquistato il cuore dei telespettatori in compagnia della sua mitica mamma che alla confessione di omosessualità del figlio ha reagito con serenità e tanta dolcezza.

Pierpaolo Lisca: Intervista

Pier, tu sei un artista con la “A” maiuscola… Perché hai scelto di partecipare a un reality come “Mammoni”? Non avresti preferito un talent show?

Intanto grazie della “A”. E’ un momento dove la coscienza sociale è al minimo storico. Ed era un esperienza importante dove si doveva dimostrare una vita serena come quella di chiunque. Senza arroganza, ma sappiamo tutti che non si era mai visto nulla del genere in tv, ovvero una madre con suo figlio che cercano il marito per quest’ultimo., soprattutto in un paese ipocrita come l’ Italia. E io ho voluto accettare questa sfida.

E poi- per dirla tutta- essere uno dei tanti in tv con “talent”, sinceramente non mi interessava per vari motivi: il primo è che sono già un professionista: il mio curriculum ed i miei contributi versati lo dimostrano. Scherzi a parte, il mio “talent”, non è represso e già mi pagano per esercitarlo. Inoltre il fatto di essere al centro di sterili critiche da parte di chi non capisce il mestiere, o giusto per dover dare spettacolo mediatico, non è esattamente la mia idea di arte e spettacolo. Sta di fatto che ho lavorato con alcuni ragazzi provenienti da “Amici” e -senza problemi- posso dire che tecnicamente sono davvero molto bravi. Ma lo erano già da molto prima del talent.

Personalmente che cosa ne pensi di quei giovani che solo dopo la partecipazione a un programma televisivo si sentono arrivati?

Che se pensano questo, cioè di essere “arrivati, ” finiranno lì. Poi arrivati a cosa? Fare l’artista o il performer, è un continuo migliorarsi e mantenersi. Se credi di aver “finito” di imparare vuol dire che non hai nemmeno iniziato, quindi se decidessi io da coreografo o regista direi un secco “no”.

Qual’è la tua idea di successo?

Essere amati per un merito .Il mio merito in “Mammoni”? Aver dimostrato in modo pulito e sincero, e con ovvia autoironia, che omosessuali o no, tutti siamo esattamente identici e che possiamo avere lo stesso ruolo anche in tv. E dalle mail che ricevo, per tantissimi, ho fatto una figura migliore io di un paio di “mammoni” eterosessuali. Parole non mie, ma questo è ciò che leggo e che con orgoglio riporto.

Ti spaventa?

No. Mi spaventerebbe se fosse immeritato…E comunque, se mai dovessi avere un reale enorme successo, mi “spaventerebbe” dove potrebbe spingersi lo sciacallaggio mediatico che si creerebbe intorno. Per mangiare le briciole del mio “apparire” ed essere al centro dell’attenzione senza nessun merito se non quello di denigrare me. Atteggiamento ridicolo e subdolo , decisamente degno solo del più becero avvoltoio.

La notorietà può davvero cambiare la vita di una persona? La tua è cambiata?

La può speziare. Fare interviste e farsi fermare dalla gente in ogni tipo di posto, ricevere complimenti o richieste di appuntamento dai ragazzi è davvero molto bello. Ma se la notorietà arriva a “cambiarla”, è facile che la cambi in peggio e solo perchè non hai dei capisaldi morali a cui aggrapparti. Per fortuna sono anni che “bazzico” il mondo dello spettacolo e ho lavorato con gente davvero di successo o famosa, quindi so il limite tra pubblico e personaggio, E so qual’è e quale può essere il mio posto in tutto ciò.

Che cosa bisogna fare per rimanere sempre se stessi?

Tra le prime cose credo sia circondarsi di persone intelligenti che ti amano e che soprattutto non hanno paura di dirti “imbecille” quando serve. I cosiddetti uomini “si”, che non mettono in discussione nulla di te, e che non ti mettono mai in condizione di spiegare il tuo punto di vista, disapprovarlo o farti prendere le tue responsabilità, sono gli esseri peggiori di cui una persona possa contornarsi. Oppure anche frequentare persone che a cui non importa una “mazzafionda” di che hai fatto in teatro, tv o chissà dove e frequentare persone con cui avevi rapporti “pre-televisivi”.

E in tutto questo qual’è il ruolo della famiglia?

Fondamentale. Per fortuna la mia è una famiglia allargata in tutti i sensi, mi spiego: ho genitori ed una sorella presenti, con cui spesso si discute, zii e cugini che non sono affatto nel settore spettacolo quindi lo temono anche, infatti alcuni erano perplessi, perciò tutto ciò ti riporta con i piedi per terra, e soprattutto il resto della “mia” famiglia sono i miei quattro migliori amici. Sono come fratelli ed a volte siamo genitori surrogati l’uno dell’altro. La famiglia non è solo di legami sanguinei. Anzi!

Pierpaolo Lisca: Mammoni

Quali soni i valori più importanti che ti hanno trasmesso i tuoi genitori?

Credo si siano palesemente visti nella trasmissione, cioè l’educazione, empatia e fiducia nelle persone che -purtroppo- puntualmente viene tradita ma senza queste situazioni non ci renderemmo conto di chi è davvero una persona che ha senso frequentare, ed il fatto che bisogna sempre giocare onestamente quando si hanno le carte vincenti.

Tu sei un mammone ma si è intuito guardando il programma che sei anche molto legato a tuo padre… In che cosa credi di assomigliare a lui? E a tua madre?

Papà è di una bontà ed di una fiducia verso il prossimo a volte disarmante e ha un forte ottimismo, cosa che a volte a me manca, e per lui si aggiusta tutto. Non perde occasione di dirmi quanto sia orgoglioso di me e confortarmi quando le cose vanno male. Come si può minimamente pensare di non essere legati ad una persona così?

Io gli assomiglio nella fiducia del prossimo. Da mamma invece ho preso l’empatia quindi il sentire lo stato d’animo di chi abbiamo intorno che però a volte ci investe, nel bene e nel male.

Il tuo estro artistico da dove nasce?

Da entrambi i miei genitori: il disegno prima e la danza poi il canto e la recitazione arrivano da loro. Anche se da mamma l’estro emotivo da papà quello tecnico. Papà da piccolo lo ricordo che suonava e disegnava, mamma cantava e ballava. Niente di professionale, anzi, solo passioni, ma così forti ed importanti da avermele trasmesse.

Tuttavia prima dei tredici anni non avevo mai comprato un disco. Poi sentì gli Abba: le armonie vocali di Agneta e Frida con le composizioni di Bjorn e Benny mi hanno letteralmente cambiato la vita anche se ora ascolto anche rock/metal o mariachi messicano.

Quando hai capito che era quella la strada da percorrere?

In realtà non lo capii appieno finchè non mi trovai di fronte al fatto compiuto: durante il liceo arrivò l’irrefrenabile voglia di andare avanti nella danza e farla mia a tutti gli effetti. I miei mi dissero “prima finisci ciò che hai cominciato, il liceo artistico, poi se ne riparla”. Al momento del diploma dissi loro che non potevo non provare, o vivere nella frustrazione di essere uno spettatore che dice “potevo essere io”. E così grazie alle mie insegnati della scuola “Idea Danza” di Pavia approdai all’accademia di Milano sotto la direzione ferrea di Marta Levis. Ricordo il provino per entrare ai corsi: stavo malissimo,salivazione zero e gambe tremolanti. Un disastro! Ma fui ammesso direttamente al secondo anno. Qualcosa avranno visto! ( ride)

Il più grande ostacolo che hai dovuto superare?

Il mio più grande ostacolo fin’ora son sempre stato io. Sono convinto che tutto ciò che ci succede lo permettiamo. E spesso permetto troppe cose da parte delle persone che immancabilmente mi diventano ostacoli. Se devo pensare a qualcosa in particolare, è il fatto che per fare questo lavoro spesso ti propongono pagamenti in nero o contratti ridicoli, e quindi ti trovi di fronte al bivio: infrango la legge e permetto a mentecatti di mangiare sul mio lavoro o sto a casa disoccupato? Quindi l’ostacolo è che a differenza di altri paesi il nostro non aiuta l’arte, lo spettacolo e la cultura.

La soddisfazione più grande?

Lavorativamente sono due: fare un passo a due al concerto dei Negramaro a S.Siro di fronte a 47mila persone, nonostante fossero anni che già ero professionista ero terrorizzato prima di salire sul palco, e poi far parte del musical “We Will Rock You” dei Queen. L’unico spettacolo che ho fatto che ho visto, da spettatore prima, da performer poi.

Un’energia, straordinaria sul palco, professionisti incredibili, e pubblico in reale visibilio. Ci penso e mi vien la pelle d’oca. L’unico spettacolo in quindici anni che durante e quando finì piansi. Mai successo in scena o durante il lavoro.

E soprattutto gli sfoghi o l’aiuto che molti ragazzi mi hanno chiesto tramite mail dopo la trasmissione. Che conquista impagabile!

E la delusione più profonda che hai dovuto subire?

Lavorativamente anni fa il non essere preso a “Mamma mia” (parlo dei primissimi provini, della produzione che poi non fece lo show, non l’ultima, ndr), rimasto tra gli ultimi venti, non fui preso, e per me, grande fan degli Abba, fu un brutto colpo!

Emotivamente- invece- molte!

Ma tutte per colpa della mia irrefrenabile voglia di fidarmi e credere nei buoni propositi delle persone. Della mia voglia di donarmi. Non sono certo un samaritano, ma tutti vogliamo dare un po’ di amore, ed arriva un momento in cui dare ad amici e famiglia non basta e quindi cerchi “la persona giusta”. Poi credi di averla trovata e lì puntualmente ci speri, ci credi e ci perdi, quindi nonostante non sia la prima volta, ti senti un enorme idiota, e deluso da te stesso per esserci caduto ancora. Ma mi consolo: quanti siamo in queste condizioni?

Quando hai rivelato la tua omosessualità hai perso delle amicizie? Credi che in Italia sia ancora un tabù?

No non ho perso amicizie; prima dell’accademia di danza le poche persone a cui lo dissi, restarono esattamente amiche come lo erano. Il “problema” -se possiamo chiamarlo così- è che volevo dirlo a più persone ma non era il momento.

In Italia è un tabù dal momento in cui abbiamo dei perfetti stolti in materia al governo, ai vertici delle aziende, ai vertici della chiesa o dove l’argomento dovrebbe essere “normalizzato”, legalmente e socialmente. Le persone che non sanno, vanno confortate e assecondate certo, ma spesso violentate socialmente. A me non frega nulla se la gente “non è pronta”: sono idiozie che ci propinano coloro che non vogliono lottare per la causa o che la ostacolano, perchè ovvio non gli riguarda direttamente, la gente è pronta eccome, poi non mi interesserebbe se anche non lo fossero, sono io che devo avere i miei diritti come tutti, non loro che devono rinunciare ai loro come gli stolti “omofobi” di cui parlavo sopra vogliono far credere. Lo slogan di questi ignoranti è “la famiglia non si tocca”, e chi vuole toccare la loro famiglia? Anzi, sono loro con l’atteggiamento da “despota” e di dententori della “parola divina” che non permettono a noi omosessuali di farcene una nostra. Bel senso di democrazia! Totalmente anti costituzionale.

Sinceramente tu come hai capito di esserlo?

Non l’ho capito subito perchè da ragazzino provinciale e ingenuo non sapevo nemmeno che volesse dire. Capivo solo gli insulti. Quelli ancora rimangono anche se fatti da bambini.

Ma appena ho iniziato a confrontarmi con il mondo, la tv (poca in realtà), i giornali, seguendo le nozioni della mia professoressa di storia dell’arte al liceo, a crescere insomma, ho capito che lo ero sempre stato, ma che solo non avevo la capacità di capirlo, a causa di una normale ignoranza adolescenziale.

Chi è stata la prima persona con la quale ne hai parlato?

Con la mia compagna di banco del liceo. Una ragazza simpaticissima, ma con famiglia ultra-praticante. Turbato e confuso le parlai di un blando episodio di contatto con un ragazzo, lei mi disse “ok hai fatto bene a parlarne ma non farlo più”; rimasi scioccato per le sue parole. Per quanto ero confuso e impaurito da tutto, sapevo che mi disse una cosa assurda e che non accettavo, non avendo fatto nulla di male. L’orgoglio che nacque in quell’episodio mi fece prendere una posizione più netta. Ora con la mia compagna dopo anni ci abbiamo scherzato su, anzi ora è una sostenitrice sfegatata, anche perchè forse è meno influenzata da assurdità a sfondo religioso.

Che cosa consiglieresti a un ragazzo che si accorge di esserlo? Come affrontare il discorso con i propri cari?

Ad un ragazzo/a che si sente omosessuale consiglio prima di avere ben chiaro il fatto che non c’è nulla di male e sbagliato.

Ok, non tutti hanno la mia fortuna, genitori come i miei sono il meglio che possa capitare ad una persona omosessuale, però per quello che ho visto nella mia vita, consiglio di trovare prima con chi confidarsi: tenersi tutto dentro è solo un male, ci sarà sicuramente un amico o un adulto con cui parlare. Lasciate stare parroci o gente di chiesa. Sicuro ce ne sono di validi, ma troppo pochi, ed il rischio di trovare un’orrenda ignoranza e peggiorare la situazione emotiva è troppo. Se siete credenti parlate con Dio, non con i suoi “ministri”.

Poi capire che ne pensano in famiglia, davanti ad un fatto di cronaca a tematica gay si capisce il pensiero dei genitori, se usano la parola “frocio” forse bisogna attendere tempi più maturi. Nessuna madre degna del nome “mamma”, caccierebbe un figlio da casa per questo. L’ignoranza non può essere più forte dell’amore per un figlio.
Se poi sono persone intelligenti (uno che dice “frocio” non lo è), allora nulla di difficile: aprire il cuore e lasciare che le parole escano.

Domanda a bruciapelo: ora sei felice? Che cosa ti manca per esserlo a pieno?

Si, ma con misura. Ho le carte per poterlo essere, ma ho troppi pensieri e troppi scrupoli. Sto sempre a pensare agli effetti delle cose!

E poi mi manca quella parte di felicità che dipenda da un’altra persona. Quindi un uomo di razza, un “numero 1” nella vita, che pensi a me e mi dia la possibilità di amarlo. Sono una persona semplice ma non possiedo un carattere facile, quindi la persona in questione potrebbe essere letteralmente travolta da una grande slavina affettiva, da me messa in atto! Beh, dai, male che vada adotto un San Bernardo! ( ride di gusto)

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